COMUNICARE MESSAGGI POSITIVI, QUANTI OSTACOLI.

Una delle pratiche più complesse nella comunicazione è l’affrontare e trasferire con coerenza le…buone pratiche.

Può sembrare paradossale ma è così: affrontare i temi sani in comunicazione è decisamente più difficile. E, se ci pensate bene, lo è per molte ragioni piuttosto facili da intuire. Nel breve elenco che segue abbiamo provato ad elencarne alcune. Noterete che oltre la metà delle ragioni (tutte quelle segnate con un asterisco) sono legate alla percezione soggettiva, non alla sostanza del messaggio.

  1. MENO EMOZIONANTI. Le buone notizie non catturano immediatamente il pubblico suscitando emozioni forti come rabbia o paura. *
  2. MENO URGENTI.per questo motivo trasmettono meno urgenza, e sembrano meno necessarie *
  3. PIÙ COMPLESSE. Le buone notizie hanno spesso bisogno di maggiori spiegazioni, e di essere contestualizzate.
  4. PIÙ INSIPIDE. Possono apparire melense, stucchevoli, buoniste. *
  5. PIÙ RETORICHE . Per conseguenza possono spesso apparire enfatiche, celebrative, manipolatorie e strumentali. *
  6. MENO IMPARZIALI, suscitando il sospetto che siano asservite. *
  7. MENO CREDIBILI. Diciamoci la verità: comunicare con un ottimo uso delle parole è pratica nota. Tanto nota da ritorcersi contro l’oggettiva buona notizia, perfino se è sostenuta da dati palesi. *
  8. PIÙ DELICATE. Il rischio che una buona notizia risulti un estratto da bollettino parrocchiale è sempre dietro l’angolo.
  9. VISIBILITÀ ESASPERATA. Fino a qualche anno fa si faceva ricorso all’uso di immagini “potenti” nel tentativo di accompagnare una buon notizia ad un momento di forte impatto emotivo. Un tecnica poi utilizzata per affrontare i grandi temi sociali e ultimamente utilizzata in maniera trasversale, rendendo meno efficace, di fatto, il valore dell’azione.
  10. MENO MODERNE. Essere scettici, cinici e disincantati appare decisamente più trendy che essere fiduciosi e speranzosi. *
  11. MENO PERMANENTI. Le buone notizie si esauriscono più in fretta.
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La campagna sociale di Famiglia Cristiana “Le parole possono uccidere”. (2014). Armando Testa e Fisc contro la discriminazione.

Insomma, perché la società possa recepire come interessanti i messaggi positivi è necessaria la convergenza virtuosa di due elementi: un trattamento delle parole accurato e sapiente, un pubblico capace di ragionare e non propenso a cercare nell’informazione solo emozioni forti. Poiché il pubblico siamo tutti noi, fra l’altro, varrebbe la pena che ciascuno cominciasse a fare la propria parte.
Va ricordato, a proposito di pubblico, che in Italia c’è una rete di volontariato che supera abbondantemente i sei milioni di utenti. È un target tanto importante quanto trasversale in termini geografici e di collocazione politica, e assai probabilmente disposto a prestare attenzione alle buone notizie.

E allora, come trasferire le buone notizie?

Per comunicare buone notizie rendendole attraenti non basta chiamarle best practice. 
L’identificazione territoriale, ad esempio funziona meglio della nazionale, perché appare meno controversa, più credibile, riscontrarla è più alla portata del lettore.

È una prospettiva aperta dalla comunicazione costruttiva, che si sforza di restituire la giusta dimensione ad un messaggio sano.

Oggi le buone notizie sono sostanzialmente storie di idee brillanti, prodotte da soggetti “sani” per affrontare problemi e situazioni sociali complesse.

Naturalmente, è necessario essere cauti: bisogna andare oltre all’oggettivo Annuncio di Grandezza e Positività. Bisogna valutare attentamente quanto si dice, per esempio, quando si raccontano buone pratiche.
Bisogna evitare a ogni costo il rischio del buonismo, che non gioverebbe comunque al messaggio. Il buonismo lo si combatte con l’orgoglio, la forza, l’emotività. Oppure lo si combatte con la leggerezza e l’ironia, quando si incontrano le giuste opportunità.

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