L’IMPORTANTE CHE SE NE PARLI? MA ANCHE NO!

Quando Oscar Wilde pronunciò la famosa frase noi non eravamo neanche un’idea!

Eppure, dopo oltre un secolo, queste parole risuonano più attuali che mai.

Qualche anno fa uscirono quasi in contemporanea due campagne pubblicitarie, una per un brand di abbigliamento, l’altra era la pubblicità di una nota autovettura.

Nel primo caso si cercò l’ennesimo scandalo, con immagini che toccavano temi sociali, della politica e della religione, il tutto infarcito da un bell’appello buonista costruito ad hoc per nascondersi dietro al classico dito.

La campagna per la vettura recava, per contro, un bel messaggio diretto: “ignorate le regole“! Chiaro, privo di filtri e velature. Nessuna possibilità di fraintendimenti.

Cosa hanno avuto in comune queste due campagne?

L’urlo. La volontà di elevarsi dalla massa con una strategia capace di attrarre l’attenzione. Non era importante il senso, ma la condizione. L’esigenza, cioè, che il messaggio arrivasse forte e chiaro. Non certo quello comunicato esplicitamente, ma esclusivamente quello del prodotto.

Un maligno avrebbe potuto supporre che si trattasse di un espediente per assolvere all’inconsistenza della marca, o che urlare fosse il frutto di un linguaggio controverso, forse utile, sicuramente e perché no, provocatorio. Perché la pubblicità quando provoca, si sa, è moderna.

Parentesi: provocare è ben più facile ed efficace che far sorridere. Per mettere la gente di buon umore ci vuole la misura, l’eleganza e l’arguzia, il ritmo, una capacità sopra le righe. Esercitare lo humour è faccenda ben delicata. Parentesi chiusa!

Piccolo esercizio dedicato a creativi e non:

provate a pensare ad un prodotto, uno qualsiasi. Ci siete?

Ora concentratevi su una provocazione… sparatela proprio grossa. Una cafonata, un nonsense, un cavolo a merenda!! Fate in modo di interferire in maniera palese con la sensibilità del pubblico. Signori: siate trash! 

Quanto tempo avete impiegato per costruire il vostro messaggio  urlato?

Il concetto della provocazione è, invero, la scorciatoia mediatica per eccellenza da non meno di tre decenni.

Politici, manager, arruffa popoli e ovviamente la pubblicitari. La via della provocazione è una gara a chi la spara più grossa al grido di: “Purchè se ne parli”.

Ma come: brutto, irritante, impressionante, se ne parlo non potrò che dirne male. Ed eccolo il paradosso. L’identità che diventa popolare, che prende forma senza poterne ostacolare la marcia della notorietà, perché parlarne, anche criticando è il gioco delle parti che prosegue e s’ingigantisce. L’effetto consapevole dell’amplificazione ad opera del pubblico inconsapevole.

Allora come uscire da questo circolo vizioso?

Prendendone le distanze. Dal prodotto, dalla dichiarazione, dall’offesa provocatoria, dal brand. Schivando il meccanismo della strumentalizzazione.

Non c’è alcuna creatività nella produzione di questi messaggi e lo abbiamo appena dimostrato con il nostro piccolo test. C’è soltanto un enorme, inutile, dannoso rumore.

La consapevolezza ci renderà forti. Forse un po’ meno moderni (ma questo è tutto da dimostrare), certamente, però, ci darà l’opportunità di guardare al mondo con positività.

 

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