BRAINSTORMING SI, BRAINSTORMING NO

+ Brain – Storm la ricetta della creatività è servita.

Il brainstorming, inventato negli anni ‘40 dal pubblicitario Alex Osborn (la O del gruppo internazionale BBDO), è una tecnica per la produzione di idee. Rompe la rituale gerarchia delle riunioni aziendali incoraggiando l’interazione spontanea. L’obiettivo è produrre molte idee, senza giudizio o censure: i partecipanti possono sentirsi liberi di concepire le soluzioni più assurde ed esagerate.

Gli assunti di base del brainstorming sono questi: i gruppi producono più idee dei singoli. La critica è paralizzante.

Oggi a proposito di brainstorming si assumono posizioni ben distinte fra sostenitori e detrattori di questa filosofia, questi ultimi sostenuti da moltissime ricerche.

Le persone sono più produttive se lavorano da sole, insomma. Facendo lavorare contemporaneamente gruppi e singoli individui sul medesimo tema, è facile verificare che i singoli producono più idee, idee migliori.

D’altra parte, dopo il notissimo esperimento di Asch (tutti conosciamo i pericoli del conformismo di gruppo: e quindi non è detto che i gruppi, anche i più “spontanei”, siano davvero l’habitat migliore per lo sviluppo di idee originali.

Inoltre, le critiche altrui servono, eccome: aiutano a buttar via rapidamente le idee inefficaci. Ne parla il New York Times il quale, tra l’altro, ricorda che le persone introverse, che spesso sono particolarmente creative, difficilmente si trovano a proprio agio in una situazione di brainstorming.

Il New Yorker nel 2012 pubblica un ampio articolo intitolato Il mito del brainstorming. Ricorda che le prime evidenze contrarie emergono già nel 1958. Segnala che, invece, il confronto tra individui esperti, l’interscambio di idee e competenze e la vicinanza fisica sono potenti acceleratori per la creatività. È il caso del Building 20 del M.I.T, uno scomodo edificio affollato di scienziati di discipline diverse, dai linguisti agli ingegneri nucleari, diventato una leggenda in termini di innovazione prodotta.

La domanda è: come mai si insiste con il brainstorming? Ci sono sostanzialmente quattro motivi e solo il primo è frivolo e discutibile, mentre gli altri meritano attenzione e possono offrire buoni spunti a chi deve coordinare gruppi di lavoro, magari puntando sulla componente “brain” e minimizzando la suggestiva ma caotica, snervante e spesso deleteria componente “storm”.

1) Il brainstorming è, sì, poco efficiente. Ma è molto seducente. Suvvia, la prospettiva di partecipare a una “tempesta – o a un assalto – di cervelli” è accattivante. Le riunioni sono piacevoli: si chiacchiera, a volte si va in un bel posto, spesso c’è qualcosa di sfizioso da mangiare.

make-brainstorming-fun

E poi, diciamolo: il brainstorming è un buon pretesto sia per evitare la fatica di affrontare un problema in modo strutturato, sia per deresponsabilizzarsi a livello individuale, sia per autoassolversi nel caso non si arrivi a una soluzione (caspita, abbiamo perfino fatto un brainstorming!).

2) Per risolvere i problemi bisogna affrontarli. Questo significa interrompere la routine quotidiana, isolare i problemi, porsi l’obiettivo di risolverli e investire tempo per lavorarci su: “follia è continuare a fare le stesse cose aspettandosi risultati differenti”, no?

Dunque, forse a valere non è tanto la parte coreografica e destrutturata del brainstorming, quanto quella progettuale. Il fatto che un gruppo di persone si faccia effettivamente carico di un problema e, invece di procrastinare, stabilisca un tempo deputato a risolverlo, si prepari bene (senza preparazione preliminare è difficile sfornare idee efficaci) e sviluppi delle attese sulla sua possibile soluzione è già un buon passo in avanti.

3) Lavorare in gruppo, oggi, è un imperativo. La Harvard Business Review, dopo aver elencato le ragioni per cui il brainstorming non funziona, a ricordare che comunque, in tempi di iperspecializzazione, mettere a confronto competenza diverse è indispensabile: bisogna però selezionare i partecipanti, coordinarne gli sforzi e (magari) lavorare in gruppi non troppo numerosi, chiarire bene prima la natura del problema e far sì che tutti arrivino preparati sull’argomento e offrano contributi esperti. Insomma: stiamo parlando di una versione del brainstorming selettiva, progettuale e strutturata, più critica e assai meno tempestosa.

4) Infine: il brainstorming virtuale offre buone opportunità. Le sessioni di brainstorming in rete possono offrire diversi vantaggi: anche i più introversi non si sentono bloccati. Anche gruppi numerosi possono funzionare senza precipitare nel caos. L’anonimato risulta protettivo, e permette di giudicare le idee con obiettività maggiore.

Aggiungo che lo scambio di opinioni scritte lascia ai partecipanti il tempo necessario per pensare, valutare, documentarsi e offrire contributi utili, e permette a chi coordina di organizzare e filtrare i contributi.

(Annamaria Testa)

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